Please, please, please let me get what I want


Si dice che la vita riesce sempre a sorprenderci: pensavo sarei rimasta al lavoro per il quale ho mollato il Truman Show lussemburghese e invece un lunedì di marzo le mie convinzioni vengono spazzate via da un meeting con il Grande Capo in cui mi dicono che “miss Italia per te finisce qui”, non servo più e a fine aprile ciaone. Quando pensavo di tornare nel Truman show lussemburghese, ecco che invece si profila inaspettatamente l’ipotesi di restare. A lavorare con le parole. Il mio mondo.
E poi in un piovoso sabato sera mi ritrovo a flirtare con baby face, un bravo ragazzo dalla faccia pulita, quello cute che non sa di esserlo ma che soprattutto ha 10 anni meno di me, io che mi ero lasciata vincere dai miei pregiudizi e che in un primo momento lo avevo evitato come la peste. Così mi ritrovo improvvisamente attratta da un perfetto sconosciuto, con cui probabilmente non avrò molto in comune, un ragazzino che sta facendo la sua prima esperienza fuori dalla sua terra ellenica, che mi guarda con interesse, ci guardiamo a lungo, ci scrutiamo, ci studiamo in attesa di vedere chi dei due farà la prima mossa di avvicinamento. Ma che ci faccio io con un ragazzo così giovane, anche un po’ negativo e conservatore? E poi perchè il fantasma dell’ex-DDR Liebe torna sempre così prepotentemente alla ribalta? Perché babyface me lo ricorda, a volte? Dove mi porterà un’eventuale storia con lui? E se finisco con le ossa rotte anche stavolta? Non avranno ragione le mie amiche quando mi dicono che se ci sono già dubbi allora non conviene nemmeno iniziare?
Invece mi ritrovo a pensare che vorrei restare, anche se fosse solo per vedere se quella con babyface potrebbe essere l’inizio di qualcosa, una storia leggera, che in questo momento forse è proprio di un po’ di leggerezza di cui ho bisogno. Qualcuno che mi riporti indietro nel tempo, qualcuno da proteggere, per rispecchiarmi nei suoi vent’anni donandomi attraverso la sua giovinezza anche un po’ di quella innocente e genuina fiducia nel genere umano, un po’ di speranza, quella che sembra persa nei momenti bui.
Forse è vero quello che dice il detto follow the flow, a volte tutto ciò che dobbiamo fare è seguire la corrente: un attimo prima ero pronta a fare le valigie e a tornare nel Truman Show lussemburghese, un attimo dopo accarezzo la possibilità di tornare a lavorare nel mio mondo.
In più ho anche trovato casa da sola e veramente tutto sembra andare sorprendentemente bene, sembro attraversare un’ondata positiva in cui tutto ciò che più desideravo sta arrivando: nuovo lavoro, nuova casa, nuove esperienze. La primavera imminente forse porterà un po’ di rigenerazione anche nella mia vita e tutto ciò che posso fare è godermela, lasciarmi cullare e trasportare.

Magari è anche arrivato il momento di sostituire gli Interpol con gli Smiths. Chissà che non portino bene.

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Questa è la mia casa


Ultimamente torno a fare i conti con il concetto per me alquanto travagliato di casa: mentre cerco ossessivamente di mettere ordine in un appartamento a due piani che, sebbene io contribuisca ogni mese a una parte dell’affitto, non sarà mai casa mia, semplicemente perché non l’ho scelta, io che odio la moquette e che sono così pigra che rinuncerei volentieri a fare le scale anche se fosse solo per farmi il caffé appena sveglia.
Forse perché superando la metà dei 30 anni è arrivato il momento di dare una definizione concreta al concetto di casa, home, heimat. Perché davanti a quel formulario da compilare sei mesi fa, alla voce “home address” sono andata in crisi e pian piano mi sono accorta che effettivamente la mia casa è molto più il Truman Show lussemburghese nel quale risiedo e pago le mie (poche) tasse che l’Italietta delle polemiche e delle mazzette che ho lasciato ormai quasi dieci anni fa. Forse perché a luglio di quest’anno saranno passati esattamente dieci lunghi anni da quando me ne sono andata via di casa in un’estate di tanti anni fa con l’intenzione e la consapevolezza di non tornare per un bel po’. E chiamarla festa “d’addio” faceva già presagire le mie intenzioni, mentre mio padre diceva “non dire festa d’addio perché altrimenti sembra che non tornerai”. E infatti.
E poi tutti che ti dicono “ma davvero ti piace il Truman show lussemburghese? E cosa ci trovi di tanto speciale, di così unico (sottinteso: in un buco di culo di paese come quello) che non puoi trovare qui in terra teutonica?” e mi fanno sentire un’incompresa.
Sarà che la parte più teutonica di me sta urlando da quando sono andata via che vuole più spazio, più ordine, più tempo per meditare e per pensare, più silenzio, invece di questo continuo brusìo di sottofondo, di questo incessante movimento. Forse perché quando sono tornata nel Truman show lussemburghese per qualche giorno a gennaio mi sono ritrovata a dover centellinare ogni ora, ogni minuto tra attenzioni da dare e doveri burocratici da assolvere. Tutto ciò per dire che potrei finire l’anno nel Truman Show lussemburghese: un po’ per gioco, un po’ per nostalgia, ma soprattutto per dare un senso al concetto di casa, sono finita in un altro lungo processo di selezione nel Truman Show lussemburghese, molto simile a quello che si è concluso a metà ottobre scorso con il trasferimento in terra teutonica. “Se devo fare lo stesso lavoro di merda, posso farlo anche tornando a casa”, mi sono detta.

Insomma, è arrivata ora di chiudere parentesi o per dirla con una metafora scontata, è arrivato il momento di iniziare a mettere radici perché non ha più senso avere nostalgia di tutto ciò che non si ha. Se c’è qualcosa per cui vale la pena lottare è bene agire rapidamente, perché poi il tempo passa e tutto scorre, per cui se devo tornare nel Truman Show lussemburgo è bene farlo subito. Stavolta non è la nostalgia idealizzata che provavo per Berlino, è un sentimento ben più maturo, al passo con questa fase di post-giovinezza. È proprio vero che la lontananza ti fa vedere le cose da una nuova prospettiva più vera: mi sono resa davvero conto delle relazioni umane che avevo costruito negli anni, degli amici diventati famiglia, di un appartamento in affitto che negli anni era diventato una piccola dimora stretta nel cuore, di gesti quotidiani che mancano, di una vicina di casa che mi ricordava tanto mia nonna.
La falsa convinzione che quello che ci manca e che desideriamo sia per forza migliore di ciò che abbiamo è del tutto ingannevole perché lasciando qualcosa saremo inevitabilmente messi di fronte a nuove sfide e difficoltà che non siamo in grado di mettere a fuoco finché non abbandoniamo la zona di comfort.
Attualmente quindi non ho una fissa dimora, non ho un luogo da chiamare casa ma ci sto lavorando e se dev’essere il Truman Show lussemburghese, che lo sia.

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Disorder


Sono passati già quasi tre mesi dall’inizio di questa nuova versione di vita teutonica e siamo già arrivati a un nuovo anno. Sebbene da un lato il tempo mi sia scivolato leggero tra le dita, dall’altro mi sembra di stare qui già da tempo e inizio a soffrire di una certa insofferenza.

Penso spesso al ragazzo biondo che suona la batteria nel Truman Show lussemburghese, purtroppo il crudele destino dei social network mi aggiorna su ogni suo movimento, anche quando non vorrei. Mi chiedo spesso cosa sarebbe successo se solo non fossi partita, se fossi rimasta, se avremmo potuto frequentarci e poi chissà. Quanti se e quanti ma. Eppure da ciò che fa trapelare dai social network ne esce un ragazzo dall’animo puro e sensibile e non posso fare a meno di restare con l’amaro in bocca. Ascolto musica nuova per poi scoprire che è la stessa che piace anche a lui e faccio appena in tempo a rendermi conto che i contatti tra noi si stanno già perdendo, colpa della lontananza e del fatto che ci siamo conosciuti quando il conto alla rovescia segnava già meno 14, a due settimane dalla mia partenza, too late.

Mi manca il Truman Show lussemburghese, anche se mi pesa molto ammetterlo. E’ incredibile come per quanto abbia lottato con tutte le mie forze, quel posto che ho odiato e detestato per tre lunghi anni sia diventato la mia casa e adesso farne a meno è così difficile. Mi mancano persino i piccoli gesti quotidiani insignificanti, a volte mi sento come sdradicata con violenza in un posto che non riconosco. Vorrei non essere tutte le volte così terribilmente nostalgica, mi piacerebbe essere più pragmatica. E invece è così: sono andata a Cuba per due settimane e al mio ritorno Bankfurt non mi era mai sembrata così distante, è stato uno shock scoprire che non riconoscevo affatto questa città in cui mi sono trasferita. Tutto il contrario del mio ritorno nel Truman show lussemburghese: in realtà mi è sembrato di non essermene mai andata. La sensazione di familiarità con i luoghi in cui per un motivo o per un altro non si vive più è difficile da spiegare, deve assomigliare a quella che prova un bambino quando impara a muovere i primi passi dopo aver lasciato la mano dei genitori: quel misto di incredulità e appartenenza del tipo “sono qui, riesco a muovermi in tutta autonomia eppure io ancora appartengo a questi luoghi”, questa è per me la sensazione di casa. Non mi sarei mai aspettata che potesse succedere questo con il Truman Show lussemburghese, eppure proprio ora che vivo a 290 km di distanza mi rendo finalmente conto di tutto ciò che a fatica ma anche con un po’ di fortuna ero riuscita a costruirmi e a quanto, ad eccezione della situazione lavorativa, avessi finalmente trovato la mia dimensione.
Sicuramente ho caricato di troppe aspettative il ritorno alla vita teutonica, avevo sottovalutato che al giro di boa dei 30 anni non è affatto facile ricostruirsi una vita piena dal punto di vista sociale perché, insomma, alla fine sono le persone che incontri a fare la differenza.
La convivenza col very (gay) best friend è diventata solo disordine e frustrazione e prima di farci definitivamente a pezzi, ho deciso che è meglio ritraslocare e cercare di trovare la mia dimensione. A volte sembriamo una coppia, anche dal di fuori diamo quest’impressione e questo è deleterio. Mi dà fastidio il fatto che nessuno ci capisce, che tutti vogliono sempre incasellarci in qualche convenzione sociale già scritta e approvata. Forse devo arrendermi al fatto che per quanto possiamo starci vicino e vivere fianco a fianco, ci sarà sempre una parte dell’altro che non capiremo perché siamo molto uguali e molto diversi allo stesso tempo e scaricando l’uno sull’altro le nostre frustrazioni non facciamo altro che ferirci.

A Cuba sono stata bene ma non sono riuscita a lasciarmi andare. C’era sempre come un rumore di sottofondo che non mi faceva mai ottenere una visione d’insieme e non ho ritrovato quella dimensione magica che c’era a Bali. Forse perché mancava lo stupore, mi è mancato sentirmi come mi ero sentita in quell’estate magica. I missed me.

Continuo a chiedermi cosa ci faccio qui, se sia stata una buona idea mollare tutto e di fronte alle sfide che mi si affacciano in questo nuovo anno non posso fare a meno di sentirmi insicura e insofferente. E sti cazzi se in un sabato sera come tanti me ne sto da sola a casa a recuperare quella dimensione di solitudine di cui a volte ho un vero bisogno.
A volte mi pesa molto aver rinunciato a quell’unica dimensione creativa che c’era nella mia vita, a volte mi sembra di vivere in apnea, di trattenere il respiro, di stare perdendo un po’ il feeling e di andare verso una vita più grigia, mentre invece avrei solo un gran bisogno di lasciarmi andare.

I’ve been waiting for a guide to come and take me by the hand
Could these sensations make me feel the pleasures of a normal man?
New sensations barely interest me for another day
I’ve got the spirit, lose the feeling, take the shock away

Until’ the spirit, new sensation takes hold, then you know
Until’ the spirit, new sensation takes hold, then you know
I’ve got the spirit, but lose the feeling
I’ve got the spirit, but lose the feeling

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vince chi molla


Ci siamo quasi, sono arrivata agli sgoccioli, sono gli ultimi giorni nel Truman show lussemburghese, mi ritrovo in una casa svuotata di tutti i ricordi che in questi quattro anni e mezzo hanno fatto di queste quattro mura una dimora accogliente. Sono ancora giorni concitati, l’infinita burocrazia non sembra volermi lasciare scampo e appena finisco una cosa, ecco che subito ne arriva un’altra da fare, con altrettanta urgenza. Macino chilometri a piedi, fiato nelle gambe e nei polmoni e non c’è tempo di fermarsi né di pensare.
La vacanza al mare che ancora sogno per il momento si è trasformata in un weekend a Madrid, sono tornata a Fuencarral e ancora mi sembrava di vedermi lì a camminare a passo spedito verso la Puerta del sol, con il sole in faccia, una cartina in mano e il cuore ancora nel Truman Show lussemburghese, dove l’avevo lasciato a novembre scorso. Di quelle tre settimane resta il ricordo di una sacrosanta pausa alla scoperta e alla ricerca di un’alternativa, in cui le preoccupazioni più grandi erano come far conciliare la vita da turista con quella da studentessa ormai attempata.
Del Truman show lussemburghese che mi accingo a lasciare restano i contatti con chi con coraggio e nonostante un fiume di paranoie cerca di conciliare un lavoro “per tirare a campare” con la passione per la musica, le persone che mi sono state vicino in questi anni, nonostante tutto, la comodità di avere tutto a portata di mano e la mia anziana vicina che mi ricorda tanto la mia nonna scomparsa troppo presto.
Non so cosa mi aspetta nella vita teutonica verso la quale sto andando, so già che non potrò contare molto sul mio very (gay) best friend e che i suoi “amici” probabilmente non saranno mai i miei.
Ma forse per il momento posso far lasciare andare anche queste preoccupazioni.
Per ogni tipo di viaggio
Meglio avere un bagaglio leggero

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L’importante è finire


Consumo fazzoletti come caramelle, il mio corpo da fine agosto mi sta dicendo di fermarmi un po’, anche se in realtà non riesco a stare ferma un attimo, con tutte le cose da fare mi sembra sprecato passare il tempo a oziare, mi sento in colpa, ma in realtà è l’unica cosa di cui avrei bisogno. A lavoro la situazione si fa sempre più insostenibile, la guerra è dichiarata fino all’ultimo colpo, fino all’ultimo giorno e ormai è iniziato già il conto alla rovescia verso la fine. Poi mi rendo conto che per quanto abbia odiato il Truman show lussemburghese, ci sono anche persone che hanno riempito il mio quotidiano da cui mi dispiace separarmi, non è stato affatto facile trovarle e non è così scontato che ce ne saranno altrettante nella vita teutonica che si profila al mio orizzonte. Venerdì scorso trascorro una piacevole e inaspettata serata con quel musicista calabrese esaltato che avevo adocchiato l’anno scorso quando era ancora fidanzato, ci ritroviamo a parlare di musica ed è stato bello riconoscere i miei gusti nei suoi, la sua passione per i Beatles che per me hanno sempre significato infanzia e quindi casa in un certo modo. Forse avrei sempre utilizzare i Beatles come spartiacque per distinguere chi vale la pena dagli stronzi. Guardarlo mentre raggiante spalanca i suoi occhioni azzurri per raccontarmi del suo ultimo album inciso col gruppo e la tournée prevista per l’anno prossimo, ecco che la mia indole adolescenziale rispunta fuori e mentre penso “wow, sto parlando con un musicista vero!”, mi lascio contagiare dal suo entusiasmo, merce rara nel Truman show lussemburghese, e fantastico su un’improbabile storia d’amore. La parte più razionale invece cerca di proteggermi bannando ogni facile infatuazione in preda al fascino del musicista perché “non lo conosci per niente” “e poi sei matta! Te ne stai andando, devi chiudere tutte le porte prima di aprirne un’altra, così come si conviene a chi si trasferisce e sta per iniziare una nuova vita”. E poi passi che butto nel cesso ogni possibilità durante tre settimane a Madrid, ma adesso stiamo parlando di sei mesi a Francoforte, no puede ser.
Forse è la mia paura di fare il famoso salto fuori dalla mia zona di comfort che mi sta tendendo l’ennesimo tranello, questa costante paura e allo stesso tempo necessità di appartenere a qualcuno o un luogo che poi in fin dei conti si rivela soltanto deleteria e autodistruttiva. E ok che mi ha scritto “sei una grande”, ma quello tra dieci giorni manco si ricorderà chi sono. E poi la paura di combinare solo casini, della serie “sei una buona a nulla e col ca**o che ti rinnovano ad aprile” “hai provato a fare come tutti i vincenti che hanno trovato di meglio ma nel tuo caso non funzionerà” e quindi forse prima che mi lasci travolgere del tutto da questi pensieri negativi, forse davvero l’unica cosa è importante adesso è finire. L’importante è finire.

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wake me up when September ends


Manca un mese al mio trasloco e sono già sull’orlo di una crisi di nervi. Niente sembra andare nel verso giusto, la lista delle cose da fare si allunga di giorno in giorno, vado a lavoro per scaldare la sedia, eppure non vogliono lasciarmi andare, ho a che fare con gente ottusa e stupida che sa solo dire di no e alla fine mi viene pure il sospetto che vogliano solo farmi un dispetto? Un’estate che sta già finendo senza nemmeno mai iniziare per me, la burocrazia con i suoi orari impossibili e cavilli alla Azzeccagarbugli, la sensazione di scalare una montagna altissima ogni volta che devo andare a piedi da qualche parte, buffo tra l’altro perché in realtà il Truman show lussemburghese è piccolo come Seahaven, l’agitazione di fronte a decisioni da prendere, weekend da organizzare e lo sconforto che è ormai quasi certezza di non riuscire a fare neanche un giorno di vacanza prima di iniziare la nuova vita teutonica, mentre ogni giorno Facebook non fa che propormi facce abbronzate e posti esotici fantastici. Le domande che sanno di paranoie del tipo “ma ce la farò?” e ogni volta che me le pongo la mia autostima scende un gradino in basso…
E poi sopportare le facce finto-contente di chi in realtà si sta facendo corrodere dall’invidia. Un’altra persona al mio posto se ne vanterebbe per ore mettendo i manifesti, io invece non voglio dirlo dove andrò a lavorare, quasi me ne vergogno perché sotto sotto sento che non c’entro niente con quel mondo. E ogni volta a chi mi chiede “ma come, non sei contenta?” rispondo che è ovvio, certo che sono contenta ma il giro di boa ancora non lo vedo, il trampolino mi sembra ancora lontano, io che per ora vorrei solo andare in vacanza a sentire il rumore del mare e risvegliarmi quando settembre sarà già finito.

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The Truman Show is over


Ebbene sì: dopo 6 anni, due traslochi, varie incazzature a lavoro, amici persi, amici ritrovati, invidie verso chi è riuscito a trovare di meglio è arrivato anche per me il momento di uscire dal truman show lussemburghese. Sinceramente non pensavo che questo momento sarebbe arrivato così presto e invece qualcuno ha letto il mio nome sulla lista e quando mi hanno chiesto se sarei stata interessata a un contratto di sei mesi non ci ho pensato due volte e ho detto subito di sì. Un colloquio su skype che si rivela pura formalità e le mie dimissioni sul tavolo. E ora le parole chiave sono diventate due: lista, la lista delle cose da fare da qui a metà ottobre, scatoloni da riempire, cassetti da svuotare e ricordi da trasferire e poi data, la data che ancora non so del mio ultimo giorno di lavoro qui e in base alla quale organizzare tutto il resto.
E poi mi ritrovo a versare già le prime lacrime sull’aereo che mi porta a trascorrere il ferragosto italico in famiglia, forse perché penso che il 15 agosto è stata l’ultima volta che ho parlato con mio nonno, ed ero troppo presa da me stessa e dalla mia voglia di vivere per accorgermi che lui invece l’aveva persa del tutto.
Sono tante le domande che si ripropongono nella mia testa come un tormentone estivo: sto facendo la cosa giusta? Mi sentirò un pesce fuor d’acqua in un contesto così formale? Non mi mancherà il mio lavoro, giocare con le parole? Non starò reprimendo la parte più creativa di me? Eppure non vedo l’ora di andare a vivere col mio very (gay) best friend e condividere il quotidiano con lui. A volte mi sembra di non sapere quello che sto facendo, ma di certo mi sembra chiaro che mi stavo solo illudendo e che non potevo andare avanti così, senza stimoli, schiacciata dalla routine soffocante. Prima o poi tutto ciò sarebbe dovuto finire.

So, in case I don’t see ya, good afternoon, good evening and good night.

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